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Estrattivismo violento, malattia senile del capitalismo

13 Apr 2026   |   Scritto da Cliccaecomparanews

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Prima della chiusura recente, attraverso lo stretto di Hormuz transitavano circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, ma perché “barili” e non litri, qui...

Prima della chiusura recente, attraverso lo stretto di Hormuz transitavano circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, ma perché “barili” e non litri, quintali, tonnellate? Tutto cominciò il 28 agosto 1859, a Titusville, in Pennsylvania, per merito di un certo Edwin Drake, nessuna parentela con il ben più famoso corsaro inglese di tre secoli prima, sir Francis Drake. Fu lui a decidere che l’unico modo per fare dei soldi da quel geyser di liquido nerastro e vischioso che schizzava fuori dal terreno era ficcare il petrolio negli unici contenitori disponibili: i barili da whisky da 40 galloni, più 2 galloni aggiunti per coprire evaporazione e perdite di trasporto, proteggendo il compratore ed evitando le controversie.

Qualche anno dopo, un gruppo di produttori si riunì a Titusville e standardizzò ufficialmente il contenuto del barile a 42 galloni; la Petroleum Producers Association adottò lo standard nel 1872, il Bureau of Mines degli Stati Uniti nel 1882 e, da allora siamo rimasti lì.

Non è esagerato, quindi, sostenere che nella storia del mondo il 1859 è più importante del 1577, quando Francis Drake intraprese la circumnavigazione del globo; Titusville è stata più importante di Londra e il nostro Edwin Drake ha fatto più danni al pianeta di quanto tutti i pirati del mondo abbiano potuto fare negli ultimi 450 anni. L’era del petrolio è iniziata in Pennsylvania, un po’ più di un secolo e mezzo fa.

Le automobili, la plastica, il riscaldamento globale e le mille altre cose che caratterizzano l’era dei combustibili fossili in cui viviamo sono nate da quel pozzo, insieme alle guerre e all’inquinamento, naturalmente.
Ida Tarbell, che poi sarebbe diventata la nemesi di John D. Rockefeller, scrisse qualche anno dopo: «Nessuna industria dell’uomo, ai suoi albori, è stata più distruttiva della bellezza, dell’ordine, della decenza, della produzione di petrolio».

Quando comparve il petrolio in Pennsylvania, «ogni albero, ogni arbusto, ogni filo d’erba nelle vicinanze fu ricoperto di grasso nero e lasciato morire. Il catrame e il petrolio macchiavano tutto. Se il pozzo era asciutto, si lasciava una torre sgangherata, mucchi di detriti, buchi oleosi, perché a quei tempi nessuno puliva mai». Mancava un secolo al disastro della Exxon Valdez, che nel 1989 riversò circa 41 milioni di litri di petrolio greggio nel Prince William Sound, inquinando 2.000 chilometri di costa in Alaska, ma le premesse c’erano già tutte.

Per più di un secolo, fino al 1970, gli Usa restarono il principale produttore mondiale ma i consumi nel frattempo erano esplosi: il petrolio serviva a illuminare, riscaldare, viaggiare, arredare le case, nel frattempo disperse nei celebri suburbs, i sobborghi residenziali che costringevano tutte le famiglie ad avere almeno due auto. Nel 1975 la crisi energetica evidenziò la crescente dipendenza del Paese dalle importazioni: servivano circa 6,3 milioni di barili al giorno più di quanti ne uscissero dai pozzi americani, nel 1995 il deficit giornaliero era salito a 9,4 milioni di barili; il Congresso rispose con provvedimenti di risparmio energetico e standard obbligatori di consumi ridotti per le auto, entrambi di scarso successo. La vera soluzione era andare a cercare il petrolio dove c’era: in Iran, Venezuela, Arabia Saudita. Tre paesi vassalli, fino a che Khomeini non cacciò lo Scià (1979) e Chavez non vinse le elezioni nel 1998 (la dinastia di Ibn Saud è sempre lì).

Le importazioni significavano automaticamente spese militari alle
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