L’intento dichiarato è tenere artificialmente basso il prezzo dell’energia elettrica all’ingrosso. Nei mercati elettrici ad asta, come il nostro, gli impianti a gas sono spesso “marginali”, ovvero gli impianti più costosi tra quelli necessari a soddisfare la domanda e che per questo determinano il prezzo finale. Il governo prova a ridurre i costi di tali impianti per abbassare il prezzo di mercato, che vale per tutti. Nella sua relazione tecnica, il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica stima benefici per 7,5 miliardi. Ma sono numeri difficili da credere.
Primo: il decreto parla di impianti a ciclo combinato «efficienti». Eppure, in Italia, il gas è marginale in circa il 70% delle ore, e non di rado lo sono impianti meno efficienti, più costosi di quelli che il governo presume siano gli impianti marginali. Questo fenomeno si accentua con la riduzione delle importazioni elettriche: per coprire la domanda interna si potrebbe dover ricorrere a impianti domestici normalmente fuori mercato, che sempre più spesso ora agiscono da impianti marginali al posto delle unità a ciclo combinato efficienti. Una quota rilevante del trasferimento rischia così di finire a impianti che non fanno il prezzo.
Secondo: immaginare che i produttori traducano il sussidio in offerte più basse è un atto di fede nella concorrenzialità del mercato. L’ultimo rapporto dell’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente segnala frequenti pratiche scorrette da parte degli operatori (come il trattenimento economico di capacità e altre condotte anticompetitive). Inoltre, molti operatori dispongono di impianti con livelli di efficienza diversi: potrebbero incassare il contributo e continuare a offrire energia prodotta con impianti meno efficienti, mantenendo prezzi elevati.
Terzo: si continua a scommettere sul gas come perno del sistema. La nostra capacità di approvvigionamento stabile è però limitata, e i recenti viaggi della presidente del consiglio dall’Algeria al Qatar alla ricerca di rassicurazioni lo dimostrano. Se il gas dovesse scarseggiare, nell’immediato si rischia di dover tornare al carbone – il più clima-alterante – o, in extrema ratio, ai residui impianti a petrolio, usati come riserva e ben più costosi di quelli a gas. L’Opec ha già annunciato un aumento della produzione. Di nuovo, il trasferimento andrebbe a vuoto.
In ogni caso, l’effetto sui prezzi – se ci sarà – durerà quanto i trasferimenti. E dopo?
Si poteva scegliere un’altra strada. Il decreto prevede l’avvio del trasferimento governativo dal 2027: comunque troppo tardi. Più tempestivo ed efficace sarebbe stato rafforzare rapidamente l’autonomia energetica di famiglie e imprese, con incentivi mirati a partire dal fotovoltaico, riducendo la domanda sul mercato all’ingrosso e spostando il prezzo di equilibrio verso il basso, dove gli impianti “marginali” sono quelli che usano fonti rinnovabili (per dare un ordine di misura: il prezzo fatto dal gas è circa 130 euro/MWh, quello dalle rinnovabili meno di 10 euro/MWh).




